L’ansia e il Padre che abbiamo dimenticato
L’ansia e il Padre che abbiamo dimenticato: Jesse Schreck ci guida in Matteo 6 e ci ricorda che fidarsi della provvidenza di Dio è la parola per il nostro tempo.
VITA CRISTIANASOFFERENZAANSIA
Jesse Schreck
8/8/202612 min read


Fidarsi della provvidenza di Dio. Una parola per il nostro tempo.
L’ansia. La conosciamo tutti, anche se cerchiamo di nasconderla.
Viviamo in una società che ci ha promesso benessere, libertà, autonomia. Eppure, mai come oggi le persone si sentono sole, insicure e in affanno. Il lavoro non basta. Il futuro è incerto. Le relazioni si rompono. Abbiamo più strumenti che mai per controllare la vita e più paure che mai.
L’Italia ha smesso di credere in Dio, ma non ha smesso di avere paura.
Questo articolo parla di ansia, ma non è scritto da uno psicologo, né da un filosofo, né da un opinionista: è un articolo scritto da un missionario che ha scelto di servire qui, in Italia, con un messaggio che pochi italiani hanno davvero ascoltato: il messaggio di Gesù.
Sì, Gesù. Forse pensi che la Bibbia sia un libro antico, superato, irrilevante per la tua vita. Invece proprio Gesù ha parlato dell’ansia come nessun altro. Le sue parole sono sorprendentemente attuali e rilevanti per la vita quotidiana.
Uno dei miei insegnamenti preferiti del Signore nel Nuovo Testamento proviene dalla Predica sul Monte. Gesù, consapevole delle paure e delle ansie che i suoi discepoli avrebbero dovuto affrontare seguendolo e attento a quanto la preoccupazione sia comune per tutti noi in un mondo caduto, le affronta direttamente con un comando semplice ma chiaro: «Non siate in ansia».
25 «Perciò vi dico: non siate in ansia per la vostra vita, di che cosa mangerete o di che cosa berrete; né per il vostro corpo, di che cosa vi vestirete. Non è la vita più del cibo, e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? 27 E chi di voi, con la sua preoccupazione, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28 E perché siete in ansia per il vestito? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; 29 eppure vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. 30 Or se Dio veste così l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non vestirà molto di più voi, o gente di poca fede? 31 Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” 32 Perché sono i pagani che cercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più. 34 Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno» (Matteo 6:25-34).
Come qualcuno che ha vissuto all’estero e ha servito in prima linea missionaria, in Italia, per anni, ho incontrato varie forme di ansia. (In realtà, essendo cresciuto in una famiglia spezzata, ho conosciuto l’ansia fin da giovane.) La verità è che tutti affrontiamo l’ansia quando viviamo per il Signore in un mondo rotto, dove poche cose funzionano come dovrebbero. I missionari in prima linea che servono per fede, dipendendo dalla preghiera e dal sostegno degli altri, affrontano sfide particolari che possono esporli a una preoccupazione peccaminosa.
Il missionario in Italia cammina per fede in molti modi. Molti aspetti della sua vita quotidiana possono diventare fonte di malessere, se non vengono guardati alla luce della cura sovrana di Dio Padre.
Il sostegno stesso è una sfida. La grande maggioranza dei missionari che servono in Italia è sostenuta da chiese e credenti di altri paesi. Affitto, cibo, trasporti, cure mediche: tutto arriva attraverso la generosità di fratelli e sorelle che spesso non hanno mai messo piede nella nostra penisola. Non è una cosa scontata. Anzi, è un monito: ci sono cristiani in America e altrove che donano e pregano perché l’Italia riceva la parola della vita. E noi, in Italia, cosa facciamo per il nostro paese? È una domanda che dovrebbe toccare il cuore di ogni credente italiano.
Le barriere culturali sono reali. Gli Stati Uniti e l’Italia hanno generalmente buoni rapporti, ma le culture, le mentalità, i valori e le storie sono drasticamente diversi. Adattarsi alla cultura italiana, alla sua bellezza, alla sua profondità storica, ma anche alla sua distanza dal Vangelo e, allo stesso tempo, parlare alla gente per Cristo è un compito delicato e complesso, che richiede molta grazia, saggezza e coraggio.
Le dinamiche di una squadra missionaria aggiungono un’altra sfida. Nessuna squadra è uguale all’altra. Ogni membro è unico, con personalità, formazione, comprensioni teologiche e prospettive diverse sulla missione, sulla chiesa e sul contesto specifico in cui serve. Ogni missionario, mentre serve con sacrificio, sta anche affrontando situazioni personali: salute, famiglia, fatica emotiva. Nel mezzo di tutto questo, i missionari camminano come bersagli privilegiati dal Maligno, semplicemente perché portano il Vangelo alle persone ancora lontane da Dio, ossia gli increduli.
Il lavoro dell'impianto di chiese in un’altra cultura è più che un lavoro a tempo pieno. Esso richiede molto sacrificio. Le risorse e le mani disponibili sono spesso limitate, ma il carico di lavoro resta grande. Anche questo aggiunge un livello di ansia che va affrontato per fede.
C’è poi il contesto stesso: servire in una società secolarizzata, dove molti considerano il cristianesimo una reliquia del passato, dove la fede viene liquidata come ingenuità e l’impegno missionario come fanatismo. Anche questo pesa.
Per fortuna, il nostro Signore Gesù conosce bene le tendenze dell’uomo e le tentazioni che affrontiamo. Ci istruisce dal cuore su tale questione e ci indica la sua via: una preoccupazione sana, che onora Dio e alimenta la fedeltà, la fiducia e l’obbedienza, invece della paralisi.
Ecco alcune verità chiave che ho tratto dal messaggio di Gesù in Matteo 6 e che hanno plasmato il mio cammino al servizio del Signore. Prego che incoraggino anche te, che tu sia un missionario sul campo, un credente che vorrebbe servire o una persona che sta leggendo queste parole per la prima volta.
I. Conosci profondamente il tuo Padre celeste
Gesù chiama Dio «il Padre vostro celeste» più volte in questo brano. Lui non è un sovrano distante, scollegato dai dettagli della nostra vita, ma è un Padre premuroso che sa esattamente di cosa abbiamo bisogno (v. 32) ed è intimamente coinvolto nelle nostre difficoltà. Nella missione è facile dimenticarlo quando la logistica sembra schiacciante o i risultati sembrano lenti.
Ricordare che siamo suoi preziosi figli, non solo missionari e servitori, cambia tutto.
Fermiamoci a riflettere un momento, perché qui c’è una verità che in Italia pochi hanno sentito. Molti presumono di essere figli di Dio per nascita, per battesimo, per appartenenza culturale. «Siamo tutti figli di Dio», si sente dire. Il Vangelo dice qualcosa di più profondo e più meraviglioso: nessuno nasce figlio di Dio. Si diventa figli di Dio per mezzo della fede in Cristo. «Ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventare figli di Dio, a quelli cioè che credono nel suo nome» (Giovanni 1:12). Questo avviene quando siamo nati di nuovo dal suo Spirito (un atto sovrano di Dio).
Una volta adottati nella famiglia di Dio, nulla può annullare quest’opera di trasformazione. Ricordare chi siamo in Cristo è un antidoto potentissimo contro l’ansia, qualunque sia la nostra situazione oggi. Quando l’ansia arriva, prima di un evento importante, quando bisogna prendere decisioni rilevanti, quando le risorse scarseggiano, possiamo ricordare a noi stessi che Dio ci ha adottati. Apparteniamo a lui. Gesù ci ha cercati quando eravamo perduti, ci ha messi al suo servizio e non abbandonerà l’opera a cui ci ha chiamati.
Siamo stati riconciliati con Dio e ora lo conosciamo come nostro Padre. Parte della vita abbondante che possediamo è conoscerlo sempre di più, attraverso la preghiera, la sua Parola e la comunità dei credenti. Essere conosciuti da Dio e godere di Dio cambia il modo in cui affrontiamo ogni tipo di ansia.
II. Ricorda: la tua vita non è tua
Gesù dice: «Non siate in ansia per la vostra vita» (v. 25). Facciamo bene a ricordare che, come cristiani, la nostra vita non è più nostra. Cristo ci ha comprati con il suo sangue: «Voi non appartenete a voi stessi, poiché foste comprati a prezzo» (1 Corinzi 6:19-20). Siamo uniti a Lui e nulla può separarci dal suo amore perfetto e infinito (Romani 8). Nella missione, quando gli ostacoli e le opposizioni sono molti, questa verità è davvero liberante e rafforzante.
Agli inizi della mia carriera missionaria, fui chiamato a recitare drammi e a fare mimi nelle piazze. Lo facevamo con i gruppi di evangelizzazione: attiravamo la folla, rappresentavamo il Vangelo e poi lo proclamavamo alla gente, prima di invitarla a parlare con noi.
Essendo di natura introverso, parlare in pubblico era per me assolutamente terrificante, l’ultima cosa che avrei mai scelto di fare. Se c’è una cosa che in Italia si conosce bene, è la paura di fare brutta figura e io stavo per fare esattamente questo: rendermi ridicolo al centro di una piazza, davanti a tutti. Eppure, per grazia di Dio, riuscii a vincere le mie paure. Ricordai che il mio Salvatore fu appeso, nudo e solo, sulla croce per me. Questo mi diede il coraggio di uscire allo scoperto e di non preoccuparmi più di ciò che la gente pensava di me. Il mio Signore aveva sopportato cose ben peggiori per me.
La tua vita e la tua chiamata, che si tratti di un breve servizio, di un impegno a lungo termine o del sostegno da casa, appartengono a Lui. Quando le circostanze sono dure (e spesso lo saranno), abbiamo la certezza che ciò non è senza uno scopo. Come Paolo in prigione, Dio usa tutto per la sua gloria e per la nostra santificazione. Riposa in questa verità gloriosa: appartieni al Signore, corpo e anima.
Questa verità è così preziosa che, nel 1563, dei credenti scrissero una delle più grandi confessioni della Riforma, il Catechismo di Heidelberg, una sintesi degli insegnamenti della Bibbia che ha consolato e guidato generazioni di cristiani in tutto il mondo.
La sua prima domanda è questa:
Qual è il tuo unico conforto nella vita e nella morte? Che io non appartengo a me stesso, ma, in vita e in morte, appartengo in corpo e in anima, al mio fedele Salvatore Gesù Cristo. — Catechismo di Heidelberg, domanda 1.
III. Riconosci Dio come il tuo Provveditore che conosce ogni cosa
«Guardate gli uccelli del cielo», dice il Signore. Dio li nutre e li veste senza mai venir meno (vv. 26-30). Noi valiamo molto più di loro ai suoi occhi: solo noi siamo stati fatti a sua immagine. Lui conosce i nostri bisogni e promette di aggiungere «tutte queste cose» quando cerchiamo prima il suo regno e la sua giustizia (v. 33).
Sulla linea del fronte della missione, per fede, «queste cose», cibo, acqua, vestiti, non sono lussi: sono ciò che serve per compiere la nostra missione. Come gli uccelli hanno tutto ciò che serve per fare ciò per cui Dio li ha creati, possiamo essere certi che Dio provvederà a tutto ciò di cui abbiamo bisogno per fare ciò a cui ci ha chiamati. L’ho visto con i miei occhi: giorno dopo giorno, anno dopo anno, spesso in modi inaspettati, attraverso sostenitori fedeli, doni che arrivavano al momento giusto o la forza per affrontare la giornata.
Il grande problema della maggior parte di noi è che siamo «di poca fede». Crediamo in Dio, ma non ci fidiamo di lui, come dovremmo, riguardo ai particolari concreti della vita. Spesso non prendiamo sul serio la sua parola. La nostra ansia, di solito, cresce in proporzione diretta al diminuire della nostra fede. Per evitare un’ansia inutile, dobbiamo mantenere la fede e il cuore forti e ben nutriti. Come dice John Piper, dobbiamo fidarci della grazia futura di Dio. Dobbiamo gettare su di Lui ogni nostra preoccupazione, perché Lui ha cura di noi (1 Pietro 5:7). Colui che ci ha redenti non smetterà di provvedere per noi, finché siamo realmente impegnati a fare ciò a cui ci ha chiamati.
C’è una parola, in questo testo, che in Italia conosciamo bene, anche se l’abbiamo dimenticata. Al versetto 32 Gesù dice: «Perché sono i pagani che cercano tutte queste cose». I pagani. La parola è rimasta nei nostri vocabolari, nei nostri monumenti, nella nostra storia. Eppure, la nostra società è tornata pagana: non adora più Giove e Marte, ma vive come se Dio non esistesse. Con lo stesso esito di sempre: paura di non avere abbastanza, paura di perdere, paura del domani. Gesù guarda questo mondo e dice: «Il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno». Voi correte come se non ci fosse un Padre. Invece Lui c’è e vi conosce per nome.
IV. Coltiva un cuore contento
A volte la nostra ansia nasce da una fede che si sta indebolendo. Altre volte nasce dal volere più di quanto Dio ha promesso. Abbiamo in mente certe cose che riteniamo indispensabili, magari cose che la nostra cultura materialista ci ha insegnato a desiderare e ci sentiamo mancanti finché non le otteniamo.
Paolo, che facciamo bene a imitare, imparò a essere contento nell’abbondanza e nel bisogno (Filippesi 4:11-13). Rimase gioiosamente attivo per il Signore anche quando si trovò in prigione. Nella missione biblica, la contentezza significa rallegrarsi sia quando le folle si radunano sia quando si disperdono; sia quando i fondi scorrono abbondanti sia quando arrivano a stento. Non abbiamo portato nulla in questo mondo e da questo mondo non possiamo portare via nulla (1 Timoteo 6:6-8). Se abbiamo di che nutrirci e di che coprirci, questo basta. Il resto è sovrabbondanza da investire nell’opera del Regno.
La vera contentezza ci rende liberi di fiorire anche in trincea: soddisfatti della nostra condizione attuale, mentre continuiamo a lavorare in Cristo perché il Regno avanzi e il Vangelo vada avanti. In una cultura che ci dice che la felicità è possedere di più, apparire di più, essere riconosciuti di più, una vita contenta in Cristo è una testimonianza controcorrente e una liberazione dall’ansia.
V. Sii in ansia per le cose giuste: cerca prima il Regno
La soluzione di Gesù alle nostre ansie è chiara: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più» (v. 33). Dobbiamo essere fedeli e diligenti nel pianificare e nel prepararci, ma non dobbiamo angosciarci per il domani e per le cose fuori dal nostro controllo.
Nella missione, questo significa dare priorità alla Parola di Dio e alla sua gloria: l’avanzamento del Vangelo, l’amore per il prossimo, il fare discepoli, la preghiera, l’obbedienza (in ogni sfera della vita), la fedeltà anche nelle piccole cose. Gesù ha portato il Regno ed esso cresce come un granello di senape e come il lievito nella pasta: trasforma il mondo a poco a poco. Dove il popolo di Dio serve, adora e applica la sua verità, le culture vengono trasformate. Mentre rimaniamo in Cristo, come siamo chiamati a fare, diventiamo sale e luce.
C’è chi pensa al regno di Dio solo come qualcosa di futuro e lontano, aspettando con le mani in mano. I cristiani, tuttavia, non sono chiamati all’attesa passiva: sono chiamati all’offensiva contro le porte dell’inferno. Siamo chiamati a essere trasformati e rinnovati e a portare la luce del Vangelo di Cristo che cambia il mondo e della sua Parola sufficiente, ovunque andiamo. Cerchiamo, con la forza che Lui ci dà, di essere fedeli oggi, di negare noi stessi, di prendere la nostra croce, di evangelizzare, di fare discepoli, di essere attivi nella chiesa e nella comunità locale.
Non temere. Àlzati, datti da fare per Gesù, mettiti in gioco per il suo nome, anche se questo significa fare la figura del pazzo in una piazza, con i mimi. Questa è una forma nobile di ansia: la preoccupazione per le anime, per l’onore di Dio e per il grande mandato.
Mentre il mondo continua a girare apparentemente fuori controllo su molti fronti, combattiamo la preoccupazione malsana cercando prima il Regno e la sua giustizia. L’ansia, in una certa misura, è inevitabile, ma possiamo incanalarla verso ciò che conta davvero. Ricorda chi sei in Cristo e l’alta chiamata che hai: vivere per la sua gloria e il suo onore.
Se non hai mai creduto o hai smesso di credere
Se sei arrivato fin qui e non hai mai creduto in Dio o se hai smesso di crederci, fermati un momento. L’ansia che senti, quella a cui forse non dai nemmeno un nome, è la prova che stai cercando una sicurezza che il mondo non può darti. Hai cercato nel lavoro, nelle relazioni, nelle cose, nelle esperienze e ancora non basta.
Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo» (Matteo 11:28). Non è una promessa da poco, è la promessa del Figlio di Dio.
Dio non ti chiede di meritare il suo amore. Ti offre suo Figlio. Gesù è morto sulla croce per i tuoi peccati ed è risorto perché tu possa avere vita vera e per sempre. Quando ti fidi di Lui, entri a far parte della famiglia di Dio. Quel Padre che conosce i tuoi bisogni diventa tuo Padre.
Se oggi riconosci la tua ansia e vuoi una speranza che non delude, parla con Dio. Basta una preghiera semplice:
«Padre, non Ti conosco, ma ho bisogno di Te. Perdona i miei peccati. Aiutami a credere in Gesù. Prendi la mia vita e mostrami la tua via.»
Se hai pregato così dal tuo cuore o se vuoi saperne di più, cerca una chiesa evangelica nella tua città o scrivici. Il passo più coraggioso della tua vita potrebbe cominciare proprio da quest’ansia.
Per chi crede: una parola di applicazione
E tu? Cosa occupa il tuo cuore oggi? Portalo al Padre in preghiera e continua a cercare il suo Regno.
Poi, prega per la missione in Italia. Ci sono missionari, italiani e stranieri, che servono nelle nostre piazze, nelle nostre città, nelle nostre periferie, spesso sostenuti da credenti di altri paesi. Chiediti davanti al Signore: come posso essere parte di quest’opera? Con la mia preghiera, con le mie risorse, con il mio tempo, con la mia vita?
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Non temere. Il Padre conosce i tuoi bisogni. Cerca prima il suo Regno.
S.D.G. — Soli Deo Gloria
Sentirne di più: 191: Ansioso per ciò che conta
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